5 cose che non sapevi su Pompei ed Ercolano

  1. Non fu il Vesuvio a distruggere le due città romane

Il vulcano che distrusse le due città romane, seppellendole sotto a tonnellate di ceneri e pomici nel 79 d.C. non fu l’attuale Vesuvio, ma il monte Somma (chiamato dai romani Vesuvius). Dell’antico monte rimane ai nostri giorni solo il famigliare dentello alla sinistra del cono vesuviano.

Il Vesuvio inizierà a formarsi a seguito di quella storica catastrofe, crescendo lentamente nei secoli fino a raggiungere lattuale altezza di 1281 metri.

 

  1. La data delleruzione è probabilmente errata

Nei libri di storia e nei film viene riportata come data dell’eruzione quella del 24 agosto 79 d.C.. Ciò però è recentemente entrato in contrasto con delle nuove scoperte archeologiche: i dubbi scaturiscono dall’identificazione di alimenti tipicamente invernali, vestiti pesanti indossati dalle vittime e una particolare moneta coniata in onore della quindicesima acclamazione ad Imperatore di Tito, avvenuta molto probabilmente tra settembre e ottobre.

L’errore nasce dall’aver considerato più attendibile la copia più antica della lettera scritta da Plinio il Giovane dove raccontava il tragico fato di Pompei e di suo zio Plinio il Vecchio. In questa versione Plinio scrive riferendosi alla data NON[UM] KAL[ENDAS] SEPTEMBRES, ovvero nove giorni prima delle calende di settembre (Le calende erano il primo giorno del mese per i romani, quindi secondo questa versione, il Vesuvius avrebbe eruttato il 24 agosto). Molte altre trascrizioni riportano invece il mese di novembre.

Ciò, unito alle evidenze archeologiche, fa propendere diversi studiosi a considerare il 24 o il 30 ottobre dello stesso anno come una più veritiera data dell’eruzione. 

 

  1. Gli antichi Pompeiani amavano scrivere sui muri

Proprio come ai nostri giorni, anche a Pompei graffiti e disegni infestavano i muri. Per rendersene conto basta osservare attentamente questi ultimi durante una passeggiata tra le rovine. Noterete così migliaia di incisioni lasciate dagli antichi abitanti.

C’è di tutto: da veri e propri annunci pubblicitari a manifesti elettorali, dove spesso il padrone di una determinata bottega consigliava ai passanti chi votare. Ma ci sono anche pettegolezzi, insulti e frasi poetiche più o meno citate correttamente: insomma, un Facebook di altri tempi.

  1. Il Vesuvius non era affatto grande e minaccioso

Uno dei luoghi comuni più duri da estirpare dalle menti dei visitatori di Pompei è l’aspetto del Vulcano in epoca romana. Una moltitudine di film e altri prodotti d’intrattenimento hanno dipinto continuamente il Vesuvius come un gigantesco e minaccioso vulcano.

Niente di più sbagliato: il monte appariva come una fertile e comune montagna, ricca di boschi e vigneti alle pendici. Insomma, più un dono della natura che il terribile assassino che poi si rivelò essere.

L’unico segno della vera natura del monte era la cima, arida e pregna di un acre odore di zolfo. Strabone collegherà tutti i puntini, denunciando nella sua opera “Geografia” i suoi sospetti che però rimarranno inascoltati. Qualche decennio dopo la furia del vulcano cancellerà dalla storia Pompei, Ercolano e altre città campane. 

 

  1. Donne di successo

A Pompei qualsiasi abitante conosceva certamente Giulia Felice. Astuta e scaltra nobildonna, sfruttò il terremoto del 62 d.C. che rase quasi completamente al suolo Pompei per comprare vaste proprietà terriere che poi trasformò in quello che oggi definiremo un bed and breakfast. Divenne probabilmente una delle personalità più ricche e influenti degli ultimi anni della città.

Mamia ed Eumachia furono altre due potenti protagoniste della vita cittadina. Entrambe sacerdotesse fecero costruire due importanti strutture nel punto più importante di Pompei: il Foro. Esse sono l’Edificio di Eumachia e il Tempio del Genio di Augusto (dedicato a Vespasiano nel momento dell’eruzione). La prima donna fu talmente amata e potente che la città gli donò poi il terreno per la sua tomba. Non si conosce la sorte di Eumachia e Giulia Felice dopo l’eruzione del 79 d.C.


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